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Cantiamo questa canzone

Sono tornata da due giorni dal mio primo viaggio in Africa e ancora mi devo riabituare alla solita vita.
Tutto qui mi sembra un po’ piatto; mi sento un po’ apatica. Sarà la stanchezza, ma soprattutto il fatto che ho nel cuore, ancora vivide, miriadi di emozioni contrastanti raccolte in questa esperienza: tutte così estreme da essere quasi irriconoscibili e indistinguibili tra loro. Ho la sensazione che quello che ho percepito sia esagerato: la gioia del sole, della natura, dell’anima delle persone, è stata grande al pari della tristezza per la povertà, la mancanza di acqua e la presenza di malattie. Emozioni di tale intensità e sopraggiunte con una tale rapidità da risultare ancora incomprensibili e travolgenti.
Il tempo mi aiuterà a rielaborarle e intanto ripercorro giorno per giorno quello che ho vissuto...
La mia missione in Burkina Faso era di tipo “creativo-educativo”: io e altre due ragazze, Cecilia ed Elisabetta, abbiamo allestito un progetto di dieci giorni nell’orfanotrofio di Guilongoù (paese 40km a nord della capitale) per rendere le vacanze di questi bambini un momento di gioco e sfogo dopo un anno di fatiche.
La prima volta che mettiamo piede nell’Orphelinat è sera, i bimbi sono a letto e noi abbiamo appena affrontato un lungo viaggio dall’Italia. Il posto ci sembra subito grande e accogliente; facciamo conoscenza con le suore che lo gestiscono, ma è tardi: rimandiamo tutto all’indomani mattina.
Così raggiungiamo il nostro alberghetto lì vicino. È carino e pulito e la cena che ci viene servita è ottima. Siamo tranquillizzate e abbiamo bisogno di riposare perciò: buonanotte!
Arriva finalmente la prima mattina: apro la portafinestra di camera mia e mi trovo davanti all’Africa! Campi arsi dal sole, gli animali e gli uccelli che mi hanno disturbato tutta la notte con i loro meravigliosi versi e la gente già all’opera da almeno un paio d’ore. Sono ancora stanca e frastornata ma mi dico: sono in Africa e devo svolgere una missione. Sento arrivare le energie, quindi pane e latte in polvere e dritta dai bambini.
Alla luce del sole ci rendiamo conto che “Les Saints Innocents” è davvero un bel posto. Le suore ci spiegano che parte del loro lavoro è anche mantenere buoni contatti con le associazioni umanitarie; è per questo che la struttura è stata fatta con l’aiuto di tanti paesi diversi: Italia, Spagna, Germania, America, Francia… Eravamo ammirate: questo luogo è finalmente il frutto di una concreta cooperazione internazionale e la dimostrazione che qualcosa per l’Africa si può fare!

 

cantiamo

 

Ma bando alle chiacchiere: stiamo ancora parlando di come agiremo nel nostro progetto e già il primo piccoletto si mette a sbirciare. Gli metto in mano un flauto e subito inizia a suonare forte; così è facile attirare a noi tutti i bambini che, a dire il vero, ci assalgono con entusiasmo, urla e sorrisi e ci seguono fino al refettorio all’aperto: il luogo dove organizzeremo tutte le attività.
Fin da subito conosco Elené: ha nove anni ed è esperta di come funziona qui, dato che ci vive da sempre. Mi si avvicina e mi suggerisce in francese: “Non dare doni ai bambini, se no non riuscirai a tenerli buoni”, “ cantiamo questa canzone…facciamo questo gioco…”. Io le do fiducia e diventa la mia aiutante. Da quel momento il nostro rapporto sarebbe diventato fondamentale per il lavoro.
Così è cominciata una settimana di giochi, canzoni, disegni, pitture e costruzioni.
L’eccitazione dei bambini, all’inizio, era tale che quasi si picchiavano per partecipare per primi, essere davanti, giocare di più… e tutto ciò era molto confusionario e difficile da gestire. Ma il giorno seguente, quegli stessi bambini indisciplinati, ancora prima che noi decidessimo cosa fare, si erano già messi in fila indiana aspettando in ordine che gli mostrassimo l’attività. E’ stata una magia: la loro dimostrazione di riconoscenza verso di noi che, il giorno prima li avevamo fatti divertire. E così il secondo giorno è stato un piacere ancora di più.
Il terzo giorno sembrava ormai di essere lì da una vita: abbiamo fatto la pasta di sale e l’abbiamo modellata con le formine o con le mani, in modo che anche i più piccoli si divertissero. La maggior parte di loro modellava un mattoncino rettangolare, v’incideva sopra delle cifre, e v’infilava dentro un ramoscello sottile a mo di antenna. Facevano dei telefoni cellulari, uno dei loro giochi preferiti, così di pomeriggio ne abbiamo costruiti altri ritagliando e incollando dei pezzi di cartone.
Il quarto giorno abbiamo finalmente tirato fuori i colori, steso lunghi fogli di carta sui tavoli e via... superata un’iniziale incertezza, i fogli e i colori sembravano non bastare mai.
I bambini che partecipavano alle attività erano di tutte le età da 0 a 12 anni. I grandi si occupavano dei piccoli ma ogni tanto si sentivano i pianti di qualcuno a cui era stato rubato un colore o che era caduto: in mezzo a tutti quei bambini era possibile. Succedeva che rimaneva lì da solo per un po’ finché qualcuno non lo andava ad aiutare. Io lavoro con i bambini anche in Italia e non mi capita così spesso di sentirli piangere perché di giocattoli e colori ce n’è in sovrabbondanza, non c’è bisogno di picchiarsi per ottenere qualcosa e gli ambienti scolastici sono fatti in modo che i bambini non possano farsi male.
All’Orphelinat capitava più spesso: vedere un bambino piangere da solo e pensare che non abbia una mamma che potrà consolarlo, che potrà comprargli il gioco che gli è stato rubato a scuola o a cui potrà semplicemente raccontare l’accaduto, mi ha fatto capire quanto l’orfano soffra. Egli è un bambino che se la deve cavare da solo fin da piccolissimo ma è pur sempre un bambino normale bisognoso di affetto. Così ho cominciato ad abbracciarli e loro ridevano: non essendo abituati a questo tipo di attenzioni, non ricambiavano, però ridevano ed io sapevo che andava bene così.
Dal quinto giorno è ricominciata la scuola e abbiamo iniziato l’attività con le classi e le maestre del préscolaire (scuola materna). Io ho lavorato con la Grande Section (5 anni di età) e ho portato avanti due tipi di lavoro. Il primo consisteva nel creare una corrispondenza grafica tra bambini burkinabè e bambini italiani. Abbiamo fatto dei disegni liberi su cartoncini con la propria firma e un saluto ed io mi occuperò poi di recapitarli ai bambini di una scuola italiana che disegneranno altrettante risposte.
Il secondo lavoro è stato più prettamente pittorico e basato sull’utilizzo delle tempere per la realizzazione di macro- dipinti (cartelloni che abbiamo appeso alle pareti). Quest’attività ha suscitato lo stupore dei bambini ma anche delle maestre che non sono abituate a utilizzare colori a tempera, a mescolarli, a vedere che altri colori si possono ottenere. È stato davvero soddisfacente e divertente anche per me.
Il giorno seguente mi sono confrontata con la suora che coordina queste classi e ci siamo scambiate informazioni sui metodi educativi utilizzati in Italia e in Burkina.

 

cantiamo2

 

Il tempo passava e già si era agli sgoccioli: gli ultimissimi giorni abbiamo continuato a tirare fuori il materiale portato in dono ai bambini (gessi, lego, costruzioni, colori di tutti i tipi…) e abbiamo giocato tutti insieme divertendoci un sacco. Ormai ci eravamo affezionate e passavamo con loro anche il pranzo, mentre la sera ci trattenevamo fino all’ora della preghiera. Questa per me era incredibile: tutti inginocchiati in un cortile, sotto le stelle, buio pesto e una madonnina di gesso illuminata. In quest’atmosfera i bambini, le donne e le suore intonavano dei canti che mi coinvolgevano e mi rendevano assorta per tutto il tempo. In quei momenti ho pensato: certo qui mancherà tutto ma tutti i giorni questi bambini hanno modo di vivere l’esperienza spirituale più coinvolgente e ricca che io abbia mai vissuto nella mia vita. Loro nutrono l’anima e lo spirito in un modo che noi abbiamo dimenticato poiché il loro spirito è tutto ciò che hanno. Io non sono gran che religiosa ma in occasioni del genere mi venivano le lacrime agli occhi.
Ed eccoci alla fine… il primo giorno che sono arrivata mi sembrava di vivere lì da sempre e ora era arrivato l’ultimo e non trattenevo le lacrime per la tristezza di dover abbandonare quella vita e di dover salutare quei bambini a cui volevo bene come a figli o fratellini. Piangevo ed Elené mi diceva in francese “non c’è bisogno che tu parta...” mi teneva la mano e mi accarezzava il braccio. Come all’inizio, anche alla fine mi è stata più vicina di tutti.
I bimbi erano stupiti dalle mie lacrime e mi guardavano straniti... alla fine tutti intorno al pulmino che mi avrebbe portato via cantavano: “Au revoir, au revoir…”!!!!!
Andare in Burkina Faso è stata l’esperienza più forte della mia vita. Mi ha lasciato qualcosa dentro che non voglio dimenticare e, anche se volessi, non potrei. Mi ha arricchito e ha reso più speciali i miei giorni e i miei pensieri. Spero che abbia giovato anche a quei bambini meravigliosi. Tornerò sicuramente!

 

Stefania Cannalire

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