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Mentre riguardo, trovo

Riguardo le foto di questo viaggio e tutto quello che vi trovo è gioia e serenità e sorrisi aperti. Quasi non me ne sono resa conto trascorrendo 12 giorni nell’orfanotrofio di Guilongou in Burkina Faso, ma la differenza tra quell’esperienza e la vita quotidiana delle nostre città “civilizzate” mi si presenta netta quando riguardo gli scatti: c’è la terra rossa ovunque nelle inquadrature, dall’orizzonte più lontano ai primi piani delle nostre mani e vestiti; c’è la luce del sole nitida e calda che sentivo picchiare sulla testa fin dalle prime ore del giorno; ci sono io, che sorrido con uno sguardo sereno che quasi stento a riconoscere come mio; ci sono poi le persone, in particolare i visi dei bambini dell’orfanotrofio, che parlano con gli occhi, anche senza dire una parola.
I timori iniziali di non essere pronta alla situazione si sono dileguati dopo i primi 5 minuti nella prima mattina all’orfanotrofio, quando 5 bambini tra i 3 e i 6 anni mi sono corsi incontro afferrando con forza le mie mani, avvolgendosi alle mie gambe, protendendo le braccia nella richiesta di essere sollevati in aria. La nostra conoscenza si è rafforzata in 10 giorni di canzoni, di disegni colorati, di giochi con la palla, di salto della corda, di ore ed ore passate insieme, comunicando con quel poco di francese che tutti eravamo in grado di parlare ma comunicando soprattutto con le emozioni che sentivo fluire in entrambe le direzioni, in uno scambio libero e incondizionato di affetto e attenzioni di cui io avevo bisogno quanto loro.
Mi sono chiesta prima di partire cosa mi spingesse a fare un’esperienza di “questo” genere e mi sono anche chiesta a posteriori se le mie motivazioni al viaggio avessero trovato realizzazione nell’esperienza fatta o se fossero rimaste inappagate.

 

riguardando

 

Credo che la molla che mi ha scosso dal mio ufficio milanese, dalle ferie di capodanno a Bologna con la famiglia o dalle sciate in montagna con amici, sia stata la sensazione di inadeguatezza e insoddisfazione che alcune volte ho provato di fronte a certi eventi che la vita mi ha presentato; la sensazione che il significato profondo della mia esistenza non può riassumersi nel rincorrere i problemi veri o falsi che mi vengono proposti dalla vita che conduco, ma che ci debba essere un substrato, un senso più profondo, comune a tanti di noi, trasversale a religioni o classi sociali, che consente, anche a chi non ha nulla, di poter dire: “la mia vita è un’esperienza da vivere con pienezza”.
Trascorrere quei giorni costantemente circondata e fisicamente “seppellita” dai bambini, che non desideravano altro che la mia attenzione e un po’ del mio tempo, e mi ricambiavano con occhi parlanti e labbra dischiuse in sorrisi aperti, è stata la chiara risposta alla mia domanda di partenza: si, perché vivere è “sentire esperienze” e non “possedere cose”, e tutti quei bambini orfani me l’hanno insegnato. Ed ora forse affronterò la mia quotidianità più serena e riuscirò meglio ad accettare quello che il futuro mi riserba, come un’esperienza di crescita all’interno di quel percorso misterioso e affascinante che è la vita.

 

Elisabetta Magagni

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