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Briciole di oro

“In Burkina non viene nessuno, perché non c’è nulla da portare via”.
Così mi diceva due anni fa il rappresentante di una nota istituzione internazionale della capitale. Ma come ricordavano i greci “panta rei”: tutto scorre! E con che velocità!
Alcuni colleghi cooperanti dovevano rientrare questa sera in aereo, ma all’aeroporto, nei tre voli serali, i passeggeri sono stati tutti perquisiti, loro e i bagagli: “Oro” …cercavano oro! E gli amici hanno perso le coincidenze dei voli.

 

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Il raccolto del miglio di ottobre/novembre 2011 è stato disastroso in Burkina, si parla di meno il 40% sul 2010 tanto che ad aprile 2012 è atteso un periodo di grande carestia e la gente più povera, qui la gran parte, dovrà soffrire molto.
Me lo dice anche Aissà il catechista di un grosso villaggio; molti genitori hanno, infatti, ritirato i figli da scuola, da otto anni di età in su per mandarli a lavorare e raggranellare qualche soldo per aiutare il povero portafoglio di casa e fare fronte al previsto aumento dei prezzi che tra qualche mese colpirà gli alimenti e il luogo dove si guadagna meglio è la miniera... la miniera d’oro!

 

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Ce ne sono molte in Burkina, ma tutti fan finta di nulla però se lo chiedi, tutti ne hanno una da indicarti non lontano. Ma andarci non è salutare, chiedo comunque di poterne visitare una e senza grande entusiasmo Aissà acconsente ad accompagnarmi, prendendo con noi anche un ex operaio di miniera; non ne intuisco l’età ma non è tanto vecchio.
E’ sciancato, un crollo di parete la sotto gli ha distrutto la gamba destra ma dice “poteva andare peggio, sono stato fortunato”.

 

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L’autista ci accompagna di mala voglia, la strada è tutta una buca; l’auto fatica spesso a proseguire: è un martirio.
Sono le 14.30 del 4 gennaio 2012, dopo un’ora dall’aver lasciato la strada principale, si arriva alla periferia di una bidonville! L’autista, con una scusa si ferma qui e dice che l’auto ha bisogno di raffreddarsi, proseguiamo a piedi, è caldo, caldo e polvere.
La miniera, a cielo aperto, è dopo il villaggio che si è formato quale “service” – diremmo noi occidentali – in appoggio ai minatori (mi viene in mente che una legione romana, mediamente ottomila uomini “trascinava dietro se”, quando andava a cingere un assedio, almeno tre volte di più di gente cioè oltre 24mila persone: fabbri, falegnami, osterie, allibratori, lupanari, negozi di ogni tipo e genere). Qui, lungo il fiume Boulga è successa la stessa cosa! C’è perfino un cartello che dice “no alla infibulazione”, una piaga che ancora trova seguaci e vittime nel shael.

 

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Nella bidonville il catechista parla con qualcuno ed ecco appare al nostro fianco una ragazza, ben curata per quei luoghi, che sarà il nostro lasciapassare nella miniera.
Attraversato il villaggio, dopo quasi un chilometro di assolata pianura comincio a vedere le prime montagnette di terra e i relativi buchi (perché di buchi si tratta) di fianco! E’ un tappeto di buchi e montagnette.
Hanno scavato e scavano con picconi e badili, piano piano nella terra rossa cunicoli quadrati o rotondi, fino a 40-50 metri sottoterra, senza protezione di parete o di soffitto, nulla, non un’impalcatura di legno a proteggere da smottamenti…più il buco è stretto più è sicuro da crolli, e perché sia stretto occorre che chi entra sia magro!.....chi meglio di giovani o bambini?
Ai bambini è offerto un “contratto” di almeno tre settimane per volta a 2000 CFA il giorno (3 euro – un buon impiego in Burkina rende 40/50 euro il mese).

 

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I bambini lavorano dodici ore il giorno o notte, qui, dice la guida, nessun controllo, ognuno può scavare il suo buco con la sua pala e cercare l’oro. E se lo trova è suo e lo vende direttamente nel vicino villaggio: un grammo di oro, grande come un piccolo nocciolo di ciliegia è pagato 25.000 CFA (40 Euro).
I ragazzi scavano e scavano, e ogni tanto mandano su bidoni gialli, usati per l’acqua, pieni di sassi che paiono quarzo rosa che poi sono spezzati e a turno pestati, sbriciolati fini fini e setacciando la polvere con l’acqua in piatti di lamiera, pian piano appare un po’ di metallo giallo, un po’!
Il risultato se lo divideranno in sei, non so in che proporzioni, poiché sei ragazzi dagli otto ai trenta anni, lavorano in genere ad ogni buco.

 

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Giro un po’ e scatto foto tra queste paesaggio surreale, prima i giovani si fermano, ridono non han capito cosa faccio li, e quando mi presento come italiano cominciano, i più grandi, a parlare di calcio, io non ne so nulla ma sto al gioco. Addirittura uno accenna a darmi una testata che, per schivare a momenti finisco a mezzo in uno scavo!
Era uno scherzo, voleva dirmi che la nazionale italiana, vinse i campionati del mondo, tempo fa, per una capocciata!
Paiono allegri, ogni tanto emerge qualcuno dal ventre della terra con volto impiastricciato di polvere e sudore con una torcia legata alla tempia; alcuni, i più sfrontati, mi chiedono di portarli a lavorare in Italia.
Qui scavano burkinabè, ivoriani, ghanesi, togalesi (i confini non sono lontani).

 

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Mi stanca il sole, la polvere, quei ragazzi; comincio a vergognarmi di star tra loro a “curiosare” e più appaiono allegri, veramente allegri, più mi vergogno!
Smetto di scattare foto e m’interesso al loro lavoro.
Dopo un’ora trascorsa lì ripasso dal villaggio dove incontro uno dei mercanti di quell’oro, è in una tenda misera ma ben vestito e sorridendo gli si scoprono due denti ricoperti di oro che fanno un certo effetto considerato il suo mestiere: marketing?!
L’autista è alle prese con una bottiglia di acqua sporca e il radiatore dell’auto.
Al rientro, noto un cartello che mi era sfuggito: una multinazionale ha recintato già molto terreno lungo il fiume secco e tra poco inizierà a scavare in modo industriale e anche a quei poveri giovani sarà tolta la terra per scavare……e tra poco, le loro briciole di oro.

W.V.

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