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Il cancello

… E' la vigilia di Natale, ho salutato parenti e amici il giorno prima.
Aeroporto internazionale Charles De Gaulle di Parigi è la tarda mattinata, gente che parte per Osaka e per Chicago ed io ritrovo dopo 2 anni il capo missione Waider.
Un abbraccio fraterno, un panino e poi riunione operativa di 2 ore sulle panchine del "terminal 72" in attesa dell’imbarco per Ouagadougou.
Due anni son passati, sembra ieri, infatti: “dove eravamo rimasti??” ah si ecco… si entra subito in sintonia, ognuno nel proprio ruolo, nessuno scavalca l’altro, sul nostro lavoro – esperienza, conoscenza della lingua e dei posti, della mentalità dei locali – si baserà anche quello il lavoro di una dozzina di "nostri" operatori volontari preparati ma con poca esperienza d'Africa.
Il programma è denso, l’adrenalina sale, già vediamo quanto stiamo andando a compiere. Giunge l’ora, il tempo è fuggito, siamo sull’aereo che ci riporterà nel Burkina Faso, è la mia quarta missione, ma l’emozione è sempre la stessa…
In volo sul mediterraneo poco prima di sorvolare l’Algeria, ci viene servito qualcosa da bere, Waider opta per un succo di pomodoro e si ributta a scrivere sul progetto! Cavolo, 4 ore cosi'? ..decido di distrarlo e sparo una battuta ..niente! ..un'altra ..una smorfia; una terza piu' forte e fulminante, alke' fa per tirarmi un pugno sulla spalla ma sfiora il tavolino con sopra il bicchiere che piomba in pieno sulla sua camicia bianca! ..menomale che la prende bene ..risate!( generalmente e' imbufalito ad ogni perdita di tempo cosi' che per le 2 settimane di mission lo chiameremo "Rottwaider". L’arrivo a Ouaga è piuttosto insolito le 21,30 è inverno anche qui, vi sono solo 32 gradi sopra, ma qualche giovanotto alla moda ostenta berretto di lana, giubbotto e sciarpa di lana!!
..E’ Natale , si va a Sissin un povero quartiere di Ouaga a verificare la situazione dell’orfanotrofio dove andranno ad operare alcuni nostri volontari nei giorni successivi: siamo accolti dai bimbi che con composta allegria ci salutano, ci toccato, ci sfiorano le mani, sale la commozione: oggi in tutto il mondo è un giorno speciale di festa.
La situazione igienico-sanitaria e' difficile, per terra quattro bambini vestiti “a festa” mangiano con le mani nella stessa scodella, è il pranzo di Natale, poco dopo non rimane nulla (ovviamente), dentro me una domanda si fa strada:
chissà quanto pane sarà sprecato entro stasera in Italia?...

 

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… Un pomeriggio prima del tramonto (dopo è pericoloso girare fuori città) ci dirigiamo verso Bissighin dove una cooperative di donne, grazie all’aiuto di una benefattrice italiana, ci ha consentito di attivare un piccolo ma industrioso opificio per la produzione di sapone e burro di karité (uno di questi saponi è ora nel mio bagno a far bella mostra di sé..).
Villaggio immerso nel nulla della savana ed in festa per l’arrivo “des blancs”: se penso a quanto viene venduta una chicchissima mini confezione di burro di karitè in una delle nostre profumerie ed a quanto lo vendono qui al kg, mi viene un accidente; ora pero' a queste donne, madri di numerosi figli, sara' consentito un piccolo guadagno che per la povera economia familiare vorra' dire tanto secondo i loro standard quotidiani ..a 50 anni da noi alcune donne (grazie anche ai cosmetici a base di karitè, paradossalmente…) sembrano giovanissime. Qui la vita durissima, le condizioni di estremo disagio e il tempo, hanno distrutto queste donne forti e sorridenti.
Per contro i bimbi ed i giovani sono belli allegri e pieni di vita, anche se non hanno scarpe ai piedi; magliette europee dismesse, bucate e mailavate; tutti notano lo scudetto tricolore che ho sul petto, mi chiedono allora un qualcosa che potrebbe unirci e farci intendere: Italia, Totti, Juventus, Roma, Milan…
Il sole inizia a calare, la strada del ritorno a Ouaga è da ripercorrere a ritroso, nella brousse del Sahel la sera arriva presto, l’assordante silenzio del nulla intorno a noi, le buche con molto sterrato lungo il cammino ci fanno compagnia…
Domani sveglia alle quattro si va a Koupela a controllare i pozzi abbandonati che l'associazione ha fatto ripristinare grazie al contributo di amici italiani.
Saro' poi impegnato per il mio tempo nel "team sanitario" di SolidAid vivendo in continua emergenza(in Africa la regola): trovare ogni giorno un'auto che ci porti per 90 km senza che cada a pezzi; trovare gli ambulatori per le visite un po' piu' puliti ed ordinati come si e' convenuto ogni briefing serale con i collaboratori locali; fare fronte a cure sanitarie anche minime senza il supporto medicale e farmacologico; dovere spesso "inventare"; sentirsi impotenti di fronte alle minime necessita' della gente malata.

 

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Nonostante cio' ho l'impressione viva di esser un po' utile davvero e in modo concreto nella quotidianità, nella semplicità delle cose, diversamente da dove vivo e lavoro dove gli scontri, i microconflitti - spesso per il superfluo - incrinano i rapporti e allontanano gli uni dagli altri.

Da questa parte del cancello invece, ricordava un tal Milani, e' dura la quotidianita', molto dura ma hanno un cuore aperto, accogliente ed autentico.

 

D.S.

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