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Italiani

E’ da un po’ che mi sento osservato, ma in mezzo a quaranta/cinquanta teste scurissime faccio fatica a capire chi è... poi lo individuo: è un occhialuto bianco, piccoletto e tarchiato, al volo capisco che è italiano!
Da quel momento comincio a fare una gimkana di spostamenti evitanti, pur sempre dentro ad una stretta sala di attesa di un aeroporto africano e, mentre mi muovo come un’anguilla, penso: "i soliti italiani! Non riescono a calarsi nell'ambiente, ma ovunque nel mondo, e ce ne sono davvero ovunque, cercano sempre casa e qualsiasi cosa o persona gliela ricordi!".
Purtroppo l’Airfrance delle 17.45 è in ritardo di 45 minuti e il mio slalom si sta facendo sempre più difficile e anche ridicolo! E pur guardando seriamente una parete vuota davanti a me, dalla quale dovrebbero sbucare i passeggeri del volo AF, come se la persona che attendo fosse assai importante, eccomi all’orecchio destro la domanda "sei italiano?".
Un pugno mi avrebbe infastidito di meno!
Ma ormai è fatta e comincio un mugugno di parole per evitare che s'interessi a me ma la maglietta che porto, con il nome dall’associazione, l’ha fulminato (si fa per dire) e non cede di un millimetro.
Alla fine mi strappa la promessa che lo andrò a trovare nell’ospedale nel quale lavora da un po’ e giù a raccontare; fortuna che il volo arriva (l’unico della sera), ed anche la telefonata dell’amica che attendevo perché la polizia mi vuole incontrare, lei è ferma al controllo passaporti: non trova più il libretto giallo che attesta la vaccinazione contro la febbre gialla, l’unica vaccinazione richiesta per entrare ed uscire dal Burkina; mentre vado a recuperarla mi vien da ridere se penso che, sui dieci della nostra mission humanitaire attuale, Tina è l’unica che ha fatto sette, dico ben sette, altre vaccinazioni contro ogni pericolo dell’Africa intera! E ora rischia di essere rispedita a Roma!

 

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In Burkina ci vuole pazienza, specie con gli autisti che hanno oltre ad un loro modo di guidare (strampalato) una mappa geografica in testa che non coincide con la carta geografica Michelin per cui, dopo due ore di corsa su una Mercedes vecchia abbastanza, anziché avere il sole sulla sinistra me lo trovo dietro e anziché ad ovest, dove sta l’ospedale dell’amico Gino, stiamo andando a nord.
Dopo una bella discussione, Richard si convince e fatta un’inversione a 180 gradi si rimette a correre. Gino però è paziente e come in aeroporto non ti molla e nonostante tre ore di ritardo ci accoglie sorridendo.
Ha l’aria indagatrice per via degli occhi a spillo che ti fissano, per il resto potrebbe essere un buon salumiere bolognese!
Mi chiede di spostargli il pick up blu che non vuole partire, ma il sole è quello delle 12,30 e passo la mansione ad Alessio che più giovane e forse dovrà spingerlo un po’, ma è sistemato su un lieve pendio e non sarà dura.
Quando alle 13,30 ci chiamano a pranzo con tutta la comunità ospedaliera, si risale sul gippone, guidato da Gino, e facciamo ben 100 metri a marcia indietro (anziché andare a piedi) fino a che un pilastro di cemento davanti a “Chirurgia” non ci ferma con un bel botto!
“Ah cavolo!” dice Gino “niente paura, so guidare benissimo, ma 'sta macchina proprio ha dei problemi” (quando scendo a vedere noto che il pilastrone è già stato visitato varie altre volte da un corpo grosso e blu).
Dopo pranzo giriamo per pediatria, laboratori ed altri reparti, dove Gino da quasi dieci anni opera e lavora di continuo da mattina a sera..
"Faccio chirurgia generale" dice "cosa vuoi mai non so fare altro. Per la prossima settimana ho in agenda cinquanta interventi chirurgici!".
Abita in una casetta (?!), un angolo nord dell’ospedale, e prima di entrare c’è un’anticamera-pollaio dove alleva un po’ di galline. Dentro casa c’è di tutto, senza un ordine.
Parliamo fino a sera e quando lo saluto con il consueto abbraccio burkina: tre toccate di fronte, destra- sinistra- destra, sento che e' molto caldo.. "oh Gino..ma scotti!" - "Si è il raffreddore, ogni tanto me lo becco".

 

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Dieci giorni dopo, in aereo, mi viene a mente 'sto “rompiscatole” d'italiano che alcune sere prima voleva “attaccare bottone” all’aeroporto a tutti i costi...allorche' un cooperante seduto al mio fianco mi fa': "..hai conosciuto quel chirurgo che chiama raffreddore la malaria?!".

 

T.P.

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