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Grecia

Grecia - L'ulivo

C’era una volta, tanto tempo fa, su una cima montuosa, chiamato Monte Olimpo, una grande reggia, lussuosa e con dentro ogni ben di dio.

Non mancava proprio nulla: acqua, vino, cibi delicati e rari, orti, giardini e naturalmente gli abitanti, assai di riguardo: gli dei! A capo, Zeus e sua moglie Era, che agli dei avevano dato delle responsabilità:
ARTEMIDE era responsabile degli animali e della caccia; DIONISO responsabile dell’uva e del vino; AFRODITE responsabile delle bellezze (qui Zeus non riusciva a trovare un responsabile delle bruttezze giacché nessuno lo voleva fare!!); ARES il dio della guerra (tutti i giorni molto impegnato); ERMES era il postino degli dei, egli portava i loro messaggi giù, sulla terra agli uomini e per andare più veloce, si era fatto crescere sui talloni due belle ali bianche; anche lui aveva un bel da fare a consegnare ordini e contrordini di Zeus e compagnia!

Ermes riportava all’Olimpo anche messaggi degli uomini con suppliche e richieste agli onnipotenti, del tipo. "Vorrei un figlio maschio!; vorrei non morire in guerra!; vorrei essere promosso al ginnasio!; vorrei vincere un’olimpiade!; vorrei trovare un buon marito!; vorrei che il mio vicino si rompesse una gamba!" e così via.

Gli dei però non è che andavano sempre d’accordo fra loro anzi erano assai litigiosi:

"Tu Zeus dai più ascolto ad Afrodite che tutto il giorno sta a guardarsi allo specchio che a me che son sempre tra i boschi a controllare gli animali" diceva Artemide.

"Tu Era, ascolti sempre Poseidone, il dio del mare che tutto il dì sta a parlare con Elio il dio del Sole, e non con me, Ares, che devo sempre vivere tra guerre e tra morti e feriti".
(In verità ad Era piaceva molto più stare sulla spiaggia del mare a farsi il bagno e scaldarsi al sole che parlare di guerra!).

Zeus poi, che aveva sempre l’ultima parola, quando la discussione si faceva pesante e non riusciva a calmare i litigiosi amici, prima lanciava due o tre fulmini e tuoni per farli tacere ma se questi non la smettevano, prendeva sandali e mantello – sull’olimpo faceva sempre un certo fresco – e se ne andava a camminare per la montagna.

Bene, uno di quei giorni, che proprio non ne poteva più, lasciò Ares a litigare con Ade, il dio dei morti, (che per fermare le guerre, che gli stavano inviando troppi ospiti, faceva magie con il vino dei soldati tramutandolo in acqua così che, non più ubriachi, i soldati non volevano più combattere) e prese un sentiero che lo portò, senza accorgersene, sulla terra tra gli uomini.

Qui però la vita era ben diversa, molto diversa che sull’Olimpo e se ne accorse quando, cammina cammina, tra l’arida terra della Grecia, non trovò ruscelli a cui dissetarsi e non trovò ombre a cui ripararsi (Elio il suo lavoro qui lo faceva bene e tutto scaldava e bruciava da mattino a sera!).

"Caspita - pensò Zeus - un dio che lavora?!... che rarità!"

Un contadino di nome Costantino trovò quest’austero vecchio mezzo morto di sete e caldo e dalla pietà lo portò nella sua povera casa, gli diede un po’ d’acqua e lo tenne lì.

"Senti Costantino, fece Zeus ripresosi, portami un po’ fuori al fresco sotto un albero! ...perché mi manca l’aria!"

"Ma qui non abbiamo alberi - disse Costantino - gli dei se li tengono per i loro giardini e poi in una terra così arida quale albero può crescere?"

Zeus, che, se era il capo degli dei una ragione c’era, tirò fuori il libro che sempre portava con sé, lo consultò e d’un tratto fece crescere uno strano albero nodoso, con foglioline piccole ma a migliaia, tante da fare una bella e larga ombra e ci si piazzò sotto.

Una volta rinfrescatosi, Zeus, chiamò Costantino e per ringraziarlo dell’aiuto, gli donò l’albero e risalì alla sua reggia sull’Olimpo.

Ora avvenne che Costantino apprezzò tanto quell’ombra che tutto il giorno e spesso anche la notte stava seduto o sdraiato sotto l’albero senza fare nulla, cosa che non piacque ad Irene, la moglie, la quale fattasi raccontare la storia di quello strano albero capì che doveva essere lo "scherzo" di un dio, quindi, allorché passò Ermes per raccogliere i messaggi ne inviò uno agli dei.

Il messaggio diceva circa così: "cari dei, è passato dalla mia povera casa uno di voi che ci ha donato un bell’albero, pieno di foglie, ma ora mio marito Costantino non lavora più perché passa tutto il tempo sotto le sue fronde al fresco e io muoio di fame! Venite a riprendervi il vostro regalo."

Tra gli dei ci fu grande trambusto a sentire tale storia e ci si chiedeva chi fosse stato a fare un dono che gli uomini rifiutavano?

"Un dio tontolone" disse uno; "ma che dio distratto" fece un altro; "ma proprio un dio senza cervello fece il terzo"... e qui Zeus che, aveva una certa stima di se, disse con saggezza:
"Cari amici, il regalo di un dio non può non essere buono, vediamo di rimediare... in fin dei conti Irene vuole solo che il marito lavori! Bene per ogni fogliolina dell’albero, facciamoci crescere anche un piccolo frutto così Costantino mentre sta sotto all’ombra, lo raccoglie e lavora e la moglie non muore di fame".

L’idea piacque a tutti gli dei e molto anche ad Irene, un po’ meno a Costantino che ora la moglie aveva dotato di un grande cesto che lui doveva riempire con i tantissimi frutti neri dell’albero, che ne faceva talmente tanti che davvero servivano giorni e giorni da starci sotto e raccoglierli tutti uno ad uno.

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Grecia - L'olivier

Autrefois il y avait sur une cime montueuse, nommé Mont Olympe, un grand palais royal, luxueux et plein de toutes choses.

Il ne manquait vraiment rien: eau, vin, nourritures délicates et rares, potagers, jardins et naturellement les habitants, vraiment de marque: les dieux! Le chef, Zeus, et sa femme Héra, avaient donné aux dieux des responsabilités:
ARTÉMIS était le responsable des animaux et de la chasse; DIONYSOS était le responsable du raisin et du vin; APHRODITE était la responsable des beautés (ici Zeus ne réussissait pas à trouver un responsable des laideurs, puisque personne ne voulait le faire!!); ARÈS, le dieu de la guerre (il était très engagé tous les jours); HERMÈS était le facteur des dieux, il descendait leurs messages aux hommes sur la terre, et pour aller plus rapide, il s'était fait grandir sur les talons deux belles ailes blanches; lui aussi il avait beaucoup à faire à remettre ordres et contrordres de Zeus et de sa compagnie!

Hermès reportait à l'Olympe aussi des messages des hommes, avec des supplications et de demandes aux omnipotents, du type: "je voudrais un fils mâle!; je voudrais ne pas mourir en guerre!; je voudrais passer au lycée!; je voudrais gagner une olympiade!; je voudrais trouver un bon mari!; je voudrais que mon voisin se cassât une jambe!"; et ainsi de suite.

Les dieux cependant ce n'est pas qu'ils s'entendaient toujours entre eux, ou mieux ils étaient très querelleurs:

"Toi, Zeus, tu écoutes plus à Aphrodite, qui passe ses journées tout en se regardant au miroir, que à moi, que je suis toujours dans les bois à contrôler les animaux" disait Artémis.

"Toi, Héra, tu écoutes toujours Poséidon, le dieu de la mer qui parle tout le jour avec Hélium, le dieu du Soleil, et pas avec moi, Arès, que je dois toujours vivre entre guerres et entre morts et blessés".
(En vérité Héra aimait beaucoup plus rester sur la plage de la mer à plonger et se réchauffer au soleil plutôt que parler de la guerre!)

Alors Zeus, qui avait toujours le dernier mot, quand la discussion devenait difficile et il ne réussissait pas à calmer les amis querelleurs, avant il lançait deux ou trois foudres et tonnerres pour qu’ils fissent silence, mais si ceux-ci ne s'arrêtaient pas, il prenait ses sandales et son manteau - il faisait toujours assez frais sur l'Olympe - et s’en allait marcher sur la montagne.

Bien, un de ces jours, où vraiment il n'en pouvait plus, il laissa Arès qui se disputait avec Hadès, le dieu des morts, (que, pour arrêter les guerres, qui étaient en train de lui envoyer trop d’hôtes, il faisait magies avec le vin des soldats, en le changeant en eau, ainsi que, n’étant plus enivrés, les soldats ne voulaient plus combattre), et il pris un sentier qui l’emmena, sans qu’il s’en s'aperçoit, sur la terre, entre les hommes.

Ici, cependant, la vie était bien différente, très différente que sur l'Olympe, et il en s'aperçut quand, tout en marchant sur la terre aride de la Grèce, il ne trouva aucun ruisseau auquel se désaltérer, et il ne trouva pas d'ombres où il aurait pu se réfugier (Hélium faisait bien son travail ici, et tout chauffait et brûlait du matin au soir!).

"Mais enfin! - pensa Zeus - un dieu qui travaille?! ...quelle rareté!"

Un paysan nommé Constantin trouva cet austère vieux demi mort de soif et de chaleur et en ayant pitié de lui, il l’emmena dans sa pauvre maison, il lui donna un po' d'eau et il le tint là.

"Écoute-moi Constantin – dit Zeus quand il était un peu mieux - emmène-moi un peu dehors au frais, au dessous d’un arbre! ...parce qu'ici il me manque l'air!"

"Mais nous n'avons pas d'arbres ici - dit Constantin - les dieux les gardent tous pour leurs jardins, et puis dans une terre tellement aride, lequel arbres peut grandir?"

Zeus, que, s’il était le chef des dieux, c’était pour une bonne raison, il sortit le livre qu’il portait toujours avec soi, il le consulta et tout au coup il fit grandir un arbre étrange et noueux, avec des petites feuilles mais par milliers, tellement nombreuses qu’elles faisaient une belle et large ombre, et il se mis au dessous.

A peine qu’il s’était rafraîchi, Zeus appela Constantin et pour le remercier de son aide, il lui donna l'arbre et il remonta à son palais royal sur l'Olympe.

Mais il arriva que Constantin apprécia tellement cette ombre, que pendant tout le jour, et souvent aussi la nuit, il restait assis ou étendu dessous de l'arbre sans rien faire, et cela ne plut pas à Irène, sa femme, qui à peine elle eut entendu l'histoire de cet étrange arbre, elle comprit qu'il devait être la "plaisanterie" d'un dieu, donc, lorsque Hermès passa pour recueillir les messages, elle en envoya un aux dieux.

Le message disait environ ainsi: "chers dieux, l’un de vous est passé par ma pauvre maison et nous a donné un joli arbre, plein de feuilles, mais maintenant mon mari Constantin ne travaille plus, parce qu'il passe tout le temps sous ses rameaux au frais et moi je meurs de faim! Venez-vous à vous reprendre votre cadeau."

Il y eu une grande confusion entre les dieux quand ils entendirent une telle histoire et ils se demandaient qui c’était qui avait fait un cadeau que les hommes refusaient?

"Un dieu imbécile" dit un; "mais quel dieu distrait" fit un autre; "mais vraiment un dieu sans cerveau" fit le troisième ...et ici Zeus, qui avait une certaine estime de soi-même, il dit avec sagesse: "Chers amis, le cadeau d'un dieu ne peut que être bon, voyons-nous de remédier... en fin de compte Irène veut seulement que le mari travaille! Bien, pour chaque petite feuille de l'arbre, faisons-nous pousser aussi un petit fruit, ainsi Constantin, pendant qu'il reste sous l'ombre, il le recueille et il travaille et sa femme ne meurt pas de faim."

L'idée plut à tous les dieux et beaucoup aussi à Irène, un peu moins à Constantin, car sa femme l’avait doué d'un grand panier, qu'il devait remplir avec les nombreux fruits noirs de l'arbre, qui l’en produisait tellement beaucoup, qu’il devait rester jours et jours dessous de l’arbre pour les recueillir tous, un à un.

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