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01/2013 Una farmacista in Burkina Faso

("It is always the unexpected that happens" - "Succede sempre quello che non ci si aspetta"). J. Conrad

 

Anche quest'anno ce l'ho fatta a partire, e per dodici giorni: sono riuscita a  farmi sostituire al lavoro ed avere il permesso di mia figlia! Appena arrivata ho dedicato una mattinata a suddividere i farmaci da consegnare a tre diversi "dispensari".

 

 Quando sono arrivata all'ospedale cui ero destinata,nella provincia di Koupela, ho piano piano scoperto il posto. Si tratta in realtà di un grande dispensario: gli unici ricoverati sono i bambini sottonutriti e malnutriti del CREN (Centre de readaption et de reeducation nutritionelle), i quali passano lì un mese con le loro mamme. Il resto della struttura,  è una sorta di day-hospital con farmacia. Le suore sono bravissime, la struttura è ben pulita, fornita ed organizzata. Le necessità principali mi sono sembrate attrezzature biomedicali ed aiuti economici e poi medici ed infermieri : le suore sono infermiere, ostetriche, tecniche di laboratorio, di medico ce n'è una sola.

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In quei giorni di festa mancava una delle due suore farmaciste dunque quella rimasta mi ha chiesto di sistemare il deposito della farmacia e fare l'inventario, approfittando della poca affluenza di clienti: nel periodo di Natale infatti il deposito che rifornisce le farmacie chiude.

 Anche l'anno scorso avevo sistemato un dispensario: questo è più pulito e ordinato, ma comunque ha richiesto tre giornate di lavoro. L'altro dispensario, cui ho dedicato la quarta ed ultima giornata di lavoro, era nelle stesse condizioni - sporcizia e farmaci in disordine - di quello dell'anno scorso in mezzo alla brousse (boscaglia) benché faccia parte di una struttura autorizzata.

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Dalle suore infermiere del day-hospital ho conosciuto un frate francescano secondo il quale i paesi dell'Africa come il Burkina dovrebbero prendere dall'Europa soltanto il buono e non anche il consumismo, l'uso eccessivo delle risorse e gli altri nostri difetti.  L'ordine e soprattutto la pulizia credo facciano parte del buono.

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Ritrovarmi inaspettatamente quattro giorni da sola con le suore, con la prospettiva di restarci almeno una settimana, è stato impegnativo: il lavoro in solitudine seguito da  ore di riposo, altrettanto solitarie, attraversare da sola la sera un lungo spiazzo buio per andare a dormire in una stanzetta  lontana dall'edificio dove alloggiano le religiose senza aver potuto condividere la fine della giornata con nessuno dei compagni di missione, per me è stato difficile.

 

Nella capitale invece ho alloggiato in una periferica missione religiosa burkinabè che ospita a pagamento gli stranieri e con il ricavato finanzia una mensa per bambini di famiglie povere i quali così hanno la sicurezza di un pasto quotidiano.

 Tutti i giorni a pranzo sfama circa duecento bambini che da quando hanno questa possibilità sono più sani e addirittura più bravi a scuola. Un paio di volte ho aiutato a distribuire il cibo: le immagini della mensa e i pensieri che hanno suscitato non fanno che ripresentarsi alla mia mente. Hanno lasciato un'impressione indelebile, trasformando la percezione della realtà cui sono tornata in Italia.

 I bambini porgevano i piatti perché glieli riempissimo, alcuni finché ce ne stava, al punto che cercavo di dargli la pasta più incollata cosicché ne avessero di più. Una nostra amica un giorno gli ha comprato la carne: la mangiano solo un paio di volte al mese, come permesso dalle magre finanze della missione. 

Penso che tutti noi e tutti i nostri figi dovremmo anche solo vederlo il pasto dei bambini di suor Sabine, anche solo per una volta.

 

Come tutte le esperienze anche questa ora che è finita e sono tornata in Italia si sta lentamente decantando: oltre le immagini dell'Africa povera resta la gratitudine per aver avuto ancora una volta la possibilità di guardarla dall'interno.

 

M.C.V.

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